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·Fuga dall'inferno - Una storia palestinese
·Dark visions - La passione
·Il ragazzo che scrisse l'enciclopedia di se stesso
·Tutta da rifare
·Lo show della farfalla
·Incubo bianco
·Il sentiero di legno e sangue
·I Love Poker
·Compagnia K
·Black Friars - L'Ordine della Spada

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 Racconti: Premonizione

eroticoBebo

Autore: Bebo

«... Non riesco a balbettare nulla, so che sta per continuare [...] "Io ho bisogno che tu sia com-ple-ta-men-te sottomesso [...] Io ho bisogno di saperti totalmente nelle mie mani, voglio possederti anima e corpo, giorno e notte, per l'eternità. Voglio controllare la tua vita, i tuoi desideri, i tuoi pensieri"...»



È  tutto molto strano, a partire dalla mia scrivania insolitamente libera dalle solite scartoffie, e un po' tutto l'ufficio risulta innaturalmente silenzioso e vuoto, svuotato dei miei soliti colleghi, intendo.

Ma che ore potranno essere? È mattina o pomeriggio? E che giorno potrà essere? Non mi capacito di come possa essere così sfasato e stordito, io che sono normalmente una persona così concreta.

 

A un tratto, mentre ancora non sono riuscito a rimettermi a fuoco, sento nel corridoio una voce familiare, con una certa confidenza e dolcezza, però, che non mi sono così usuali.

«Tesoro, dove sei?». Neppure il tempo di rispondere e il viso di mia moglie si affaccia sull'uscio del mio ufficio. I suoi lineamenti sono inconfondibili, tuttavia ha un'espressione stranamente complice, un sorriso quasi impercettibile ed enigmatico appena accennato agli angoli della bocca, un lieve ammiccamento degli occhi.

Chissà cosa ci fa mia moglie nel mio ufficio a quest'ora... Già, e poi a quest'ora, chissà che ore saranno... E comunque resta sempre la prima domanda: cosa ci fa qui lei che in dodici anni è entrata una sola volta nel mio posto di lavoro?

La risposta arriva immediata, senza peraltro tradire alcuna sensazione di particolarità della situazione. «Sai, ho da dirti alcune cose molto importanti e così ho deciso di passare di qui».

«Siediti, accomodati. Gradisci un caffè?... Come vuoi, semmai più tardi».

Adesso focalizzo meglio quella indefinita sensazione di novità che avevo percepito fin dal primo sguardo in mia moglie. Il trucco, un po' più marcato, più deciso, un po' più di gioielli, un abbigliamento un pizzico più osé. Sì, appare decisamente “sexy”, questa è la parola giusta, e molto più del solito.

 

«Di cosa volevi parlarmi, di così importante?»

«Del nostro rapporto. Del nostro rapporto intimo, intendo. E poi sì, anche del nostro rapporto sessuale». Risponde a bruciapelo, è chiara l'intenzione di voler entrare in argomento bruciando ogni imbarazzante preliminare.

«Va bene, ti ascolto. C'è qualcosa che non va? Ho fatto qualcosa che non ti piace?»

«Non la metterei in questi termini. Non si tratta di qualcosa che hai fatto e che non va, o non mi piace, come dici tu…».

Una leggera pausa e per la prima volta da quando è iniziata la conversazione i suoi occhi lasciano per un attimo i miei, concedendomi un po' di sollievo da quella vaga sensazione di essere sotto processo che mi aveva assalito.

«…Direi piuttosto qualcosa che ancora non hai fatto e che mi piacerebbe tu facessi», continua, strizzando un po' gli occhi, come se cominciasse finalmente ad avvicinarsi al punto chiave della sua visita.

Di nuovo quel sorrisetto sfuggente ed enigmatico - dico e non dico, ma forse sto per dire - che mi lascia decisamente sconcertato. Non riesco a balbettare nulla, so che sta per continuare, la vedo che si accende una sigaretta, fa una prima tirata più profonda del normale e dopo un attimo con un movimento noncurante delle dita mi chiede di allungarle il posacenere, il quale, noto con viva sorpresa, non è mai stato sulla mia scrivania non essendo io fumatore.

 

«Non sei abbastanza sottomesso, ecco». Di nuovo a bruciapelo, un colpo di maglio come per togliersi il pensiero. «Ammetto che sei un uomo che si può a ragione definire cavaliere e galante, forse anche ubbidiente e servizievole, e forse anche lievemente sottomesso, e che fai di tutto per farmi sentire una principessa. Ma io ho bisogno di più. Io ho bisogno che tu sia com-ple-ta-men-te sottomesso». Lo ha detto così, sillabando ed enfatizzando quel "completamente", intendendo con ciò, chiaramente, che è proprio questo il punto chiave di ciò che vuole dirmi.

«Io ho bisogno di saperti totalmente nelle mie mani, voglio possederti anima e corpo, giorno e notte, per l'eternità. Voglio controllare la tua vita, i tuoi desideri, i tuoi pensieri».

Parla con chiarezza, senza fretta, scandendo bene le parole, come se stesse trasmettendo un messaggio di cui non vuole sfugga nulla al suo interlocutore.

Esce dalla pausa improvvisamente tirando fuori un pacchetto dalla borsa, deponendolo sulla mia scrivania ed esclamando: «ti ho fatto un regalino che ti aiuterà a raggiungere questo obiettivo. Scartalo pure».

 

Con una malcelata trepidazione estraggo dal pacchetto un oggettino di plastica di cui non capisco l'utilizzo e mia moglie risponde così alla ovvia domanda "cosa diavolo è" che si era disegnata sul mio viso: «si tratta semplicemente di una cintura di castità o, per meglio dire, una gabbietta di castità per l'uomo».

«E tu vorresti che io...».

«Sì, voglio che tu la indossi. Vieni qui che la proviamo».

Mi alzo dalla sedia, giro intorno alla scrivania e mi accingo a slacciarmi i pantaloni, senza neppure chiedermi il senso di quello che sto facendo, quando lei mi blocca con un cenno della mano. «Lascia, faccio io; metti le mani dietro la nuca e stai fermo».

 

La vedo posare la sigaretta nel posacenere e cominciare ad armeggiare intorno alla mia patta. I pantaloni scendono a mezza coscia, poi anche gli slip, la camicia viene discosta dal ventre. Infine il mio membro, completamente in relax, è tra le sue dita. Una sorta di anello viene chiuso alla base del sacco scrotale. La gabbietta scivola lungo l'asta del pene e si innesta su un perno dell'anello. Alla fine del perno che tiene le due componenti unite c'è un foro in cui, con gesti rapidi e decisi, mia moglie infila un lucchettino metallico. Il sordo click che accompagna la chiusura del lucchetto annuncia la fine dell'installazione.

Lei guarda soddisfatta il suo lavoro. «Come te la senti, ti dà fastidio?».

 

Sono ancora così allibito che non trovo le parole e faccio un vago segno di no con la testa. Sto per iniziare a ricomporre pantaloni e camicia quando lei mi ferma con un gesto imperioso della mano.

«Lascia. Mi piace vederti così, adesso sei veramente mio. Vedi, non è possibile in alcun modo avere una erezione con questa gabbietta intorno al pene e quindi d'ora in avanti raggiungerai l'orgasmo se e quando lo vorrò io, perché la gabbietta si può sfilare solo aprendo il lucchetto, di cui solo io ho le chiavi. C'è un'altra possibilità: tentare di far scivolare il pene fuori della gabbietta senza aprire il lucchetto. Vuoi provare e vedere cosa accade?».

Mi metto dunque ad armeggiare intorno all'apparato, per così dire, tirando qua è là nel tentativo di liberare il pene dalla costrizione quando sento uno squillo telefonico non familiare.

«Cos'è, il tuo telefonino?»

«Non esattamente. E' l'allarme. La tua cintura di castità è equipaggiata con un allarme antieffrazione che inizia a suonare quando si tenta di estrarre il pene dalla gabbietta senza aver aperto prima il lucchetto».

«Sembra proprio uno squillo telefonico», dico con sorpresa.

 

Sembra lo squillo del telefono, sembra proprio lo squillo del telefono, ripeto tra me e me; forse bisogna rispondere. Guardo la cintura di castità che mi chiude il pene. Strano, ho smesso di toccarla eppure l'allarme continua a suonare. Però, accidenti, sembra proprio lo squillo di un telefono, anzi sembra proprio lo squillo del mio telefono del soggiorno. Forse dovrei rispondere. Ma dove diavolo è finita mia moglie? E dove diavolo è finito l'ufficio? Il telefono, il telefono sta suonando, devo rispondere. Il braccio non si muove, tutto il corpo non risponde, è come addormentato, ma io devo rispondere al telefono. Esco dal torpore del sonno iniziando dagli arti, "quindi stavo sognando", mi dico mentre la consapevolezza mi colpisce improvvisamente con tutta la crudezza della realtà. L'ennesimo squillo mi trova stavolta cosciente. Devo rispondere al telefono.

Prima ancora di prendere il ricevitore il ricordo del sogno mi prende improvvisamente. Una mano scatta verso il pube. Qualche rapida palpatina di controllo per verificare che ovviamente lì giù non c'è nulla di anomalo; "era solo un sogno".

 

Aggredisco la cornetta e sparo un «pronto!» con la voce ancora impastata dal sonno.

«Stai ancora dormendo?».

È mia moglie, la sua solita voce, il suo solito tono lievemente inquisitorio.

«Ti ricordi, sì, che abbiamo un appuntamento tra un'ora? Dobbiamo parlare di una cosa molto importante. Dai, preparati e raggiungimi».

 

Guardo l'ora, sono le tre del pomeriggio, di un sabato pomeriggio in cui la pennichella è stata un pochino più profonda del solito e il sonno un pochino più "movimentato" del solito. Devo prepararmi e andare, mi ripeto sconsolato ripensando l'assurda vicenda del sogno che avevo appena fatto. Che cosa ci sarà poi di tanto importante da dirmi che non se ne può parlare a casa e di cui non ha voluto preannunciarmi addirittura nulla?

 

L'associazione mentale mi raggiunge come un treno in corsa che sfreccia veloce accanto ai viaggiatori fermi in una stazione in cui non deve fare fermata: e se fosse stato un sogno premonitore? Se quello che avesse da dirmi fosse proprio QUELLO?

Mi accorgo che, a questo pensiero, un lievissimo sorriso di compiacimento si dipinge sul mio viso.

Racconto erotico
di Bebo
(maggio 2009)

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