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1) Negrita: Il libro in una mano, la BOMBA nell'altra (canzone censurata) [2046]
2) T.I. - Whatever You Like [1479]
3) Il cuore cucito - Carole Martinez (mondadori 2009) [1914]
4) Emergenza Terremoto Abruzzo - Offerte di aiuto (indicazioni) [1496]
5) Emergenza Terremoto Abruzzo - Appello della Croce Rossa Italiana [1519]

1) Litfiba - Apapaia [2069]
2) Negrita: Il libro in una mano, la BOMBA nell'altra (canzone censurata) [2046]
3) Il cuore cucito - Carole Martinez (mondadori 2009) [1914]
4) Nada - Luna in Piena [1912]
5) George Michael - I want your sex [1892]

     10 righe dai libri

·Non dimenticar le mie parole...
·Il gioco della seduzione
·Golden Boot
·Il Natale è servito
·La voragine. Inghiottiti dal debito pubblico
·Dirty Life. Una storia d’amore, cibo e animali
·La scomparsa di Lauren Armstrong
·Se fossi Dio
· La foresta ti ha. Storia di un’iniziazione
·Pop Story 1900-1909. L’alba della musica pop

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 Racconti: Andare (e venire) per i negozi del centro

eroticointrigo

Autore: Intrigo

«...C’era una forte “fisicità” in tutto questo, ecco. Dovevi vestire il tuo corpo. Per farlo, ovviamente, era necessario anche spogliarsi. E lei inevitabilmente doveva pensarti nudo»


Avevo necessità di un paio di pantaloni nuovi. Ma soprattutto avevo necessità di fare acquisti in totale solitudine. Era il mio passatempo preferito. Girovagare senza una meta precisa, per le vie più commerciali del centro, visionare le vetrine con la merce in saldo e soprattutto vedere se le commesse mi gratificavano in qualche maniera l’occhio. Sostenevo infatti l’idea secondo cui la donna che lavora come commessa in un negozio di abbigliamento maschile, nel periodo dei saldi, è una donna stressata; pertanto, a mio modo di vedere e in base alla mia esperienza diretta, era una facile preda. Potevi entrare subito in contatto e ti concedeva ogni attenzione che in altri casi e luoghi difficilmente avresti avuto. Potevi esporti col fisico, soprattutto. C’era una forte “fisicità” in tutto questo, ecco. Dovevi vestire il tuo corpo. Per farlo, ovviamente, era necessario anche spogliarsi. E lei inevitabilmente doveva pensarti nudo. Se poi si era fortunati, poteva anche vederti. Benedicevo quei camerini a tendina, la cui chiusura non era mai integrale. Rimaneva sempre quello spiraglio, quella piccola fessura sufficiente per essere visti da fuori, con la coda dell’occhio, dalla propria amabile e premurosa commessa, che stanziava dietro la tendina. Se poi ritardavi a provare la merce, ecco che prontamente da fuori interveniva in tuo aiuto: “tutto bene? Come va?”. Mentre già pochi attimi prima ti aveva spiato dalla fessura con grande non chalance.
 
Ecco. Il segreto, ritenevo io, era trovare la commessa giusta, bella, simpatica e stressata. Il resto era fatto. Bastava entrare, chiedere un capo e provarlo in camerino. Qui iniziava il gioco del ti vedo-mi faccio vedere… Se lo sapevi tirare per le lunghe coi giusti tempi, fino al “vuole una mano?”, allora era tua. Conquistarla era solo un fatto consequenziale, quasi naturale.
 
Adoravo la commessa di un piccolo negozietto. Non ero entrato mai, ancora, pur promettendomelo. Ma lo sguardo dei suoi occhioni neri, era sempre penetrante quando passavo lì davanti. Era arrivato il momento di fare il suo cliente.
 
Il negozio era piccolo, a forma di elle, pieno di roba stipata. Il camerino era stato ricavato in fondo, nella parte opposta all’ingresso, nell’angolo sulla sinistra, a dire il vero un poco buio e quasi isolato dal resto del negozio. Tant’è che quando vi entrai per provarmi un paio di pantaloni, quasi non avrei voluto tirare la tenda. Ero coperto a sufficienza dallo spigolo del muro e da alcuni vestiti appesi con le grucce a un tubo di ferro lucente. Poi ricordai che non indossavo mutande. Lo facevo spesso, quando usavo pantaloncini a costume, già dotati di una retina interna. Entrai e tirai la tenda. La ragazza era impegnata in una conversazione con un cliente. Ahimè. Cosa ti aspettavi, pensavo, che si precipitasse da te e ti infilasse i calzoni?
 
I pantaloni erano di lino, bianchi. Non riuscivo a indossarli, avevano un difetto alla cerniera del cavallo. Fui costretto, dopo vari tentativi, a levarmeli per poterla sbloccare con più facilità. L’operazione mi aveva costretto a perdere del tempo, evidentemente. Così, a un tratto sentii: “Tutto bene? Vuole una mano?”
“Oh, grazie, non si preoccupi. Sto cercando di sbrigliare la cerniera. Si deve essere inceppata”.
 
Silenzio.
 
Continuavo ad armeggiare con il capo e non sentivo né voce né altri rumori provenire dall’altra parte. Poi, senza voltarmi, con la coda dell’occhio scorsi oltre la tenda, attraverso lo spiraglio, lei. Era immobile, aveva colto il suo gioco finalmente! Temendo di essere scoperta non parlava più, non si muoveva. Osservava. Spiava il mio corpo mezzo nudo. Presi ad agitare quei pantaloni più veementemente, permettendole di intravedere a tratti la mancanza di indumenti intimi. Quel lino bianco occultava il pene per poi scoprirlo in tutta la sua erezione. A volte si attorcigliava al suo corpo, lo accarezzava per poi nasconderlo di nuovo alla sua vista. Ero così eccitato che avevo bagnato la stoffa in più punti, quando toccava il glande. Diamine, li comprerò comunque! Sentivo il suo sguardo posarsi sul mio pene. E sentivo il mio pene crescere piano. Oddio, pensai, sto esagerando! Un conto è farsi vedere, un po’ di sano voyeurismo, altro è avere una erezione in un camerino e mostrarla a qualcuno. Atti osceni in luogo pubblico! Ero eccitato ma nello stesso tempo angosciato dalla paura di stare per commettere qualcosa di esagerato. Di penalmente rilevante. Era il caso di dirlo. Così mi infilai di nuovo i pantaloni cercando di farli salire con tutta la forza possibile, senza pero scucire qualcosa. Lei era sempre là dietro. Aveva iniziato a muoversi, facendo finta di aggiustare qualcosa. Ma i suoi occhi passavano sempre attraverso lo spiraglio per fermarsi sul pene.
 
“Se vuole provo io, se non ha risolto, non si preoccupi”
“ma… forse ci siamo, pero non la chiudo più!”
“aspetti...”.
 
Entrò, per fortuna ero riuscito a infilarmi i pantaloni, ma non erano ancora chiusi. La cerniera ora non saliva più. Si abbassò e prese la lampo. Vederla cosi, a pochi centimetri dal mio uccello, con quelle mani bianche che a tratti adesso lo stavano sfiorando, mi aveva fatto riprendere l’erezione. Fu inevitabile che le sue dite lo incontrassero. Non ero imbarazzato. Non lo era neanche lei. Fece finta di nulla all’inizio. Poi tirò verso sè la lampo. Questo creò lo spazio sufficiente al mio pene per sollevarsi per intero. Era abbastanza fuori dai pantaloni. Nudo, davanti ai suoi occhi, alle sue mani, alla sua bocca.
 
“Scusa, non indosso mutande. Sai com’è… il caldo…”.
 
Sorrise, fingendo di prestare attenzione al guasto tecnico della cerniera, come se un cazzo duro di un cliente fosse la normalità.
 
“Tranquillo, ti pare. Ormai...”.
 
Così disse e me lo strinse con una mano. Forte, sbattendomelo a destra e a sinistra. Poi riprese quello che stava facendo.
Ma ormai ero troppo eccitato. Il cazzo mi sussultava da solo. Toccava sempre più spesso le sue mani che si lasciavano sfiorare senza ritrarsi. La pressione con cui avveniva questo tocco aumentava con grande ritmo. Era anche lei adesso, che fingendo di interessarsi a quella cerniera, premeva con forza sul mio glande grosso e pronto a esplodere.
 
“Non si calma più?!”
“Hai anche tu cerniere da riparare?”, chiesi...
 
Si alzò. Eravamo l’uno di fronte all’altra. Sentivo il suo respiro, l’odore del suo corpo. Appoggiai la mia fronte sulla sua, fino a toccare la punta del suo naso con il mio. Le labbra si sfioravano appena, tremolando a tratti, come scosse dalla corrente. Sollevò la sua gonna a falde larghe coprendomi il cazzo. Avanzò in avanti e mi sbatté la sua fica sull’uccello.
 
“Visto? Non sei il solo a non usare l’intimo”.
 
La cinsi, fino a portare le mani smaniose sul suo sedere dalla pelle liscia. Strinsi quelle chiappe con violenza assurda, mentre la guardavo negli occhi. Fu allora che si buttò sulle mie labbra agguantandole in un morso voluttuoso. La lingua di quella ragazza era veloce, si muoveva con movimenti rapidi ma nel contempo scivolava con grande fluidità. Sapeva dove andare. Quando si staccò, all’improvviso, sentii qualcosa di simile a quello che sentono i bambini quando sono allietati da un bel gioco e non vogliono che finisca mai. Poi però si interrompe e ci rimangono male. Ecco, mi sentivo cosi. Cavoli, già finito? Pensai. Ma si abbassò di colpo. E la sua bocca calda e umida accolse con molto rispetto il mio uccello. Aveva trovato il suo nido, il suo rifugio. Durò poco.
 
“Buongiorno. C’è nessuno?!”
 
Un maledettissimo stronzo era venuto a disturbare. Dio che sfiga! Ti pareva. La ragazza si alzò, uscì con la testa oltre la tendina.
 
“Sì ci sono. Arrivo!”.
 
Mi dava le spalle, alzai quella gonna. Che culo… fu inevitabile avvicinarmi col cazzo e strusciarlo un po’. Le piaceva. Era umidissima. Al punto che senza bisogno di spingere molto, le fui dentro. Iniziai a muovermi adagio. Non sapevo come la prendesse.
 
“Sono subito da lei! 1 minuto e vengo!... vengo subito… sto venendo…”, disse sempre sporgendosi con il capo fuori. Incredibile. Capii che potevo continuare. Per poco ma potevo farlo. Aumentai il ritmo dei colpi. Il suo sedere bianco si adagiava sul mio basso ventre a meraviglia.
 
Uscii dal negozio senza aver comprato nulla. Stordito, stupito e felice, mi dirigevo in un altro negozio in cui c’era una commessa bionda che mi gettava sempre delle occhiate quando passavo…
"



 
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