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2) T.I. - Whatever You Like [1479]
3) Il cuore cucito - Carole Martinez (mondadori 2009) [1914]
4) Emergenza Terremoto Abruzzo - Offerte di aiuto (indicazioni) [1496]
5) Emergenza Terremoto Abruzzo - Appello della Croce Rossa Italiana [1519]

1) Litfiba - Apapaia [2069]
2) Negrita: Il libro in una mano, la BOMBA nell'altra (canzone censurata) [2046]
3) Il cuore cucito - Carole Martinez (mondadori 2009) [1914]
4) Nada - Luna in Piena [1912]
5) George Michael - I want your sex [1892]

     10 righe dai libri

·Non dimenticar le mie parole...
·Il gioco della seduzione
·Golden Boot
·Il Natale è servito
·La voragine. Inghiottiti dal debito pubblico
·Dirty Life. Una storia d’amore, cibo e animali
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·Pop Story 1900-1909. L’alba della musica pop

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 Racconti: Che il diavolo se lo porti, il tempo

Softintrigo

Autore: Intrigo

«...Se è andato tutto storto è perché ieri è scattata l’ora legale. Sono arrivato in ritardo all’incontro: un comune, banalissimo errore»


 
from    George Stella george.stella@gmail.com
to         Alessandro Fanti alefan@libero.it
date     30 March 2008 05:31
subject Mina
 
Conosco Mina... mi viene da dire da sempre. Ma non l’avevo mai incontrata. Chattiamo. Oggi finalmente l’ho vista. Avevamo un appuntamento, ed è andata male.
Sono dieci mesi che siamo in contatto attraverso la rete. Non te ne ho mai parlato, mi dispiace, ma non potevo... non ho voluto.
Le nostre conversazioni sono iniziate così, tanto per parlare. Col tempo abbiamo scoperto affinità che non avrei mai immaginato possibili con una donna: i suoi pensieri erano spesso i miei, come se mi avesse visitato il cervello prima di scrivere e avesse digitato al mio posto. Siamo arrivati a chiacchierare per ore, di tutto. E quando dico tutto, intendo ogni singolo aspetto della vita e delle esperienze che una persona può fare. Conosco la sua vita come se fossi il suo biografo ufficiale. Potrei dire quale gusto di gelato le va in questo momento basandomi sulle condizioni atmosferiche. Le influenzano sempre l’umore.
Che il diavolo se lo porti, il tempo! Se è andato tutto storto è perché ieri è scattata l’ora legale. Sono arrivato in ritardo all’incontro: un comune, banalissimo errore.
Dopo dieci mesi sarei in grado di riconoscerla ovunque, anche bendato. Scrivendo ci siamo confessati ogni particolare delle nostre vite. A questo punto l’incontro era un passo inevitabile. Lo sentivamo come un’esigenza quasi intima, un bisogno dell’anima, e anche del corpo, oserei dire. Guardarci finalmente negli occhi, stringerci la mano, toccarci, sentire le nostre voci, respirare la stessa aria nello stesso metro quadrato... era la conclusione logica di una conoscenza che altrimenti sarebbe rimasta incompleta per sempre.
Il nostro incontro – posso dire con certezza che anche lei era di questo parere – sarebbe stato la verifica delle fantasie che entrambi abbiamo costruito nei mesi scorsi. Ed eravamo sicuri – volutamente continuo a parlare al plurale – che tutto quello che avevamo immaginato dell’altro si sarebbe dimostrato vero. Non potevamo più aspettare.
Mina è una mora avvenente, quel tipo di bellezza che se la incontri per strada non puoi limitarti a guardarla distrattamente, sarebbe un peccato mortale, di più: sarebbe arrendersi alla morale. Vederla è sconcertante. Trent’anni, centottanta centimetri di altezza, capelli fino alle spalle leggermente mossi – quel tanto che basta a dare un fascino articolato, più sfaccettato –, impeccabilmente elegante nei suoi tailleur bianco panna o neri acquistati in negozi come la Boutique Giorgio Armani London di Sloane Street, borse Gucci, scarpe Luis Vuitton. Ma mi ha detto spesso che lontana dal lavoro le è sufficiente un jeans a vita bassa, una camicetta e un giubbotto di pelle per sembrare comunque e sempre affascinante e conturbante. Non esce mai trasandata. Anche in casa, se vuole stare comoda indossa una vestaglia di seta. Sotto nulla, o meglio, tutto, per chi può goderne. E chissà, forse anch’io sarei potuto entrare nella sua casa arredata in modo raffinato.
Come ti dicevo, parlavamo di tutto. Così so perfettamente del traffico di uomini sempre congestionato tra quelle mura. Ha affidato molti pensieri intimi alla mia attenzione di lettore-amico-confessore. So di Martin, l’architetto australiano; George, impiegato allo sportello della Deutch, ai tempi del suo stage; Matteo, un ragazzetto che ogni mattina, su commissione di uno sconosciuto, le portava una rosa rossa... La lista sarebbe lunga. Di ognuno so cosa è riuscito a combinare. Siamo arrivati addirittura a commentarne le prestazioni, con tanto di voto finale. Dio solo sa quanto avrei voluto far parte di quella lista! Ma ero diventato troppo amico, troppo coinvolto nei suoi pensieri più intimi e peccaminosi per poter sperare di rovesciare la mia posizione.
Siamo arrivati spesso a toccare l’argomento sesso. Gusti, posizioni, esperienze strane e desideri realizzati o da realizzare. Lei fa un uso smodato della fantasia. A volte è perversa.
Adora giocare, attirare un uomo nella sua rete per poi girarlo a suo piacimento. È una mantide. Un uomo, se le piace, se lo prende. E poi lo racconta a me.
Io le piacevo, so che le piacevo! Ma stranamente con me non ha usato le sue armi affilate. Non un solo filo di ragnatela è stato lanciato per intrappolarmi.
All’inizio lo consideravo un privilegio. Anzi, ritenevo di essere molto più abile degli altri, l’unico che sapesse tenerle testa. Così siamo andati avanti per molto tempo con una sorta di corteggiamento. Io capivo che la interessavo, che la “prendevo”, e anche se poi non concludevamo, ero felice lo stesso. Mi sentivo vincitore. Mi sentivo una spanna sopra i suoi amanti. Mi sentivo l’Amante. L’amante della mantide.
Ovviamente col tempo si è parlato anche d’altro, l’argomento sesso è diventato sempre più raro. Solo qualche accenno, e di solito da parte mia. Ho iniziato a non sentirmi più quel vincitore che credevo. Forse ho sbagliato qualcosa, mi dicevo. Troppo tempo a parlare senza concludere l’ha stancata, lei che è cosi famelica.
Poi ho cominciato a chiedermi se invece non ero semplicemente del tutto incapace con donne come lei. Del resto non ne avevo mai conosciuta una che possedesse tutto quello che Mina possedeva: fascino, tentazione, peccato, cultura, ricchezza. Dove sbagliavo?
Dove ho sbagliato?
Dovevamo incontrarci al Caffé Greco di via dei Condotti. Alle 16 in punto. Invece ho sbagliato orario. Ieri notte non ho modificato la posizione delle lancette dell’orologio. Sono arrivato in ritardo di un’ora. E quando sono arrivato...
Prima di dirti quello che ho visto è preferibile che spenda ancora due parole per farti capire meglio il carattere di questa donna. Di questa  femme fatale
Culturalmente elevata, una laurea in economia, master alla London School of Economics and Political Science, stage alla Deutsche Bank di Francoforte.
È a Francoforte che conosce Gunther, rampollo di una grande famiglia di imprenditori ebrei trapiantati a Parigi e da lì trasferitisi in Germania. In quel momento per Mina comincia una nuova fase della vita.
Si dedica al lavoro, ovviamente nelle aziende del padre di Gunther, quasi con accanimento e nel tempo libero si divide tra lo shopping sfrenato a Londra, i party mondani quanto noiosi sulle terrazze dei più esclusivi hotel e club di mezza Europa, le aste di beneficenza patrocinate dalla sua azienda, i congressi del settore organizzati in allucinanti luoghi esotici, dentro un allucinante villaggio vacanze, con tanto di allucinante servizio completo offerto gentilmente e gratuitamente ai partecipanti.
Mi sono sempre chiesto come sia stato possibile che io abbia incontrato Mina, dove abbia trovato il tempo di collegarsi alla chat una come lei, che se potesse moltiplicherebbe le ore del giorno per due e non le basterebbe ancora.
Con il mio lavoro è un’altra cosa, il computer è casa, internet è il mondo.
Quando l’ho conosciuta lavorava ancora in quella multinazionale di prodotti di lusso. Ma ormai Gunther era passato remoto. Credo che mantenesse con lui solo un rapporto professionale, essendo lui direttore generale e lei direttore commerciale responsabile del Centro Italia.
Già dalle prime battute ho capito che era una donna dalla personalità forte. Riusciva sempre a rispondere a tono. Se la mettevo in difficoltà con qualche domanda, sapeva sempre trovare la soluzione più scaltra. Spesso, anzi, ero io a trovarmi in difficoltà dopo averla provocata. Apprezzavo le sue doti dialettiche, e credo proprio che anche lei fosse stupita delle mie. Questo ha fatto nascere una forte complicità intellettuale tra noi. Col tempo ci siamo svelati le nostre esistenze, abbiamo messo a nudo gli aspetti più intimi dei nostri desideri e abbiamo iniziato a confidarci le avventure passionali del momento. Lei era di gran lunga superiore. Anche perché la vita nell’alta società le concedeva spazi che io non potevo avere, per i peccati. Ti riassumo per sommi capi una delle sue “storielle”, perché ha un ruolo in questa vicenda.
Sola, a un tavolo di un bar del centro, stava aspettando il suo drink preferito, un Martini cocktail secco. Ingannava l’attesa facendo scorrere la rubrica del cellulare, pensando che alcuni di quei nomi avrebbero potuto essere eliminati mentre altri meritavano sicuramente una telefonata, un appuntamento al Caffè Greco, vicino casa, in modo che poi potessero raggiungere in fretta la sua abitazione.
Amava questo genere di incontri. Due chiacchiere, un paio di Martini cocktail molto secchi e senza frutta, quel tanto di alcol che basta per intaccare il muro dell’inibizione, e poi via nel suo appartamento. Se si passa troppo tempo – o troppo poco – a parlare e bere, la voglia di assaporare il piacere le scompare del tutto.
Un giovane alto, con una macchina fotografica digitale professionale si siede al tavolo di fronte al suo. Gli sguardi, incrociandosi, dicono sì alle loro voglie. In genere in questi casi le parole rimangono inespresse, e nonostante una danza di occhiate lasci intendere bene qualcosa, non si ricava che un sorriso e un successivo rimpianto per non averne approfittato. Ma non con lei, non con una mantide. Il fotografo stava per finire nella trappola.
Mina indossava un impeccabile tailleur nero, con una gonna a spacco ampio. Aprì la borsetta, tirando fuori una custodia elegante da cui estrasse una sigaretta lunga e sottile. Con un movimento pieno di stile accese un fiammifero, incendiò il tabacco, aspirò un paio di volte con molta calma e buttò fuori il fumo, del tutto noncurante. La sua attenzione, in tutte quelle fasi, era rimasta rivolta al giovane. Quando arrivò la sua ordinazione, bevve un sorso e riprese a fumare, accavallando le gambe. Sapeva che lo spacco della gonna avrebbe fatto intravedere un’ampia superficie della coscia.
Guardò il ragazzo. Questa volta i suoi occhi non contraccambiarono. Lei lo sapeva, se lo immaginava: puntavano più in basso. Era quello che voleva. Il gioco era iniziato.
Ma la mossa successiva del giocatore fu sorprendente, e fin troppo audace. Chiamò il cameriere e gli fece capire, indicandolo con lo sguardo, che voleva bere lo stesso drink della signora. Poi appoggiò su una sedia la macchina digitale.
Mina si accorse, collegando movimenti e sguardi dell’uomo, che aveva puntato l’obbiettivo in direzione delle sue gambe. Forse stava persino usando lo zoom. Non era spaventata, anche questo faceva parte del gioco. Volle invece andare avanti, e stette a quella perversione voyeuristica.
Scavallò le gambe, aprendole lentamente. Il colore del viso del ragazzo cambiò leggermente. I suoi movimenti sulla macchina si fecero più numerosi, così come i suoi sguardi sul display, cercava di dissimulare fingendo di guardarsi intorno e stirarsi il collo.
Ora ne era sicura: la stava osservando. Con l’ausilio dello zoom forse era già penetrato nella sua intimità. Lei non indossava mai nulla, sotto. Il fotografo aggrottò la fronte, poi gettò un rapido sguardo a Mina. Sì. Se n’era accorto. Era venuto il momento, per la mantide, di intervenire.
Arrivò il drink. Anche lui si prese una sigaretta, da un pacchetto stropicciato che aveva tirato fuori da una tasca della sahariana. Faticava a recuperare un accendino in uno degli enormi tasconi della giacca, così fu lei a porgergli la scatola di fiammiferi. Gli tese il braccio, ma era evidente che non bastava quel gesto. Il ragazzo dovette alzarsi e avvicinarsi.
“Beviamo lo stesso drink. Lei vuole fumare, e io fumo. Porti il suo bicchiere qui.”
Mina pronunciò queste parole con estrema risolutezza, intrappolando il fotografo, che eseguì i suoi ordini.
“Non le porto mai, se se lo sta chiedendo. Non faccia quella faccia, la prego. Forse preferiva starsene a osservare... Si beva la sua ordinazione, adesso. Ci sarà tempo per altro.”
Senza attirare l’attenzione, con movimenti eleganti si mise una mano tra le gambe, poi passò l’indice sotto il naso del fotografo, che rimase inebetito.
“Come il miele. Così si gusterà meglio il drink. Beva.”
È inutile raccontare il resto. Ma questa storia è significativa per il mio incontro. Anch’io, infatti, avrei dovuto portare una macchina digitale. Perché? Perché quando Mina mi raccontò la storia del giovane fotografo, mi disse che quella macchina che la puntava, quell’obbiettivo che la spiava nell’intimo, le era piaciuta molto. Avrebbe voluto approfittarne di più. Era un gioco che in quell’occasione non aveva sviluppato, si era limitata a portarsi a casa il ragazzo.
Così, forse un po’ scherzando, le ho detto: “Verrò con una digitale. Mi riconoscerai per questo.”
Non aveva mai visto una mia foto, ero un nome senza volto. Non aveva mai voluto una mia descrizione fisica. E quella era la sola cosa che ignorava di me.
Ieri ci siamo dati indicazioni chiare: sarei entrato e mi sarei seduto a un tavolo, poggiando la macchinetta in vista e ordinando un Martini cocktail secco. Lei sarebbe arrivata subito dopo e mi avrebbe individuato. Io l’avrei riconosciuta comunque, ho visto alcune sue foto, ma il patto era che non mi sarei mosso per primo. La mantide era entrata in azione anche con me.
Non ci siamo scambiati i numeri di telefono: non erano ammessi imprevisti. Con Mina non si scherza nemmeno quando si gioca.
Maledetto cambio dell’ora... Sono arrivato convinto che fossero le 16 in punto. Il mio orologio segnava esattamente le 16. E quando sono entrato...
Lei era seduta a un tavolo in compagnia di un uomo. Tra loro, una macchina fotografica.
Non capisco. Mi ha dimenticato? Sostituito? Dove ho sbagliato? Erano le 16, le 16 in punto. Chi era quell’uomo? Sembravano felici. Scherzavano. Stavano bene insieme.
Avevo la testa in fiamme. Lei era lì, e io la guardavo senza che lei lo spaesse, come se alla chat si fosse aggiunta una webcam. Sono uscito e sono tornato a casa.
Ieri notte, come sempre, ho acceso il pc e sono entrato nella nostra chat. A un certo punto è comparsa.
Un tuffo al cuore.
Non sapevo se scriverle. Sono rimasto nella più totale immobilità fisica e mentale. È stata Mina a romperla. Ed è stata una rottura micidiale, come se mi avesse penetrato il midollo con una lama sottile, tagliandolo e spezzandomi in due. È stato come precipitare.
Questo è più o meno il succo del suo messaggio: sei stato esattamente come avevo immaginato. A parte uno strano imbarazzo iniziale, nel bar, hai superato la situazione calandoti in quella parte che io sapevo tua. Stavolta la prestazione non la commentiamo, anche se credo che entrambi sappiamo benissimo il voto che si merita. Devo solo decidere una cosa: perdere un grande amico per guadagnare il migliore amante possibile o viceversa? Per il momento voglio ancora scriverti nelle tue solite vesti. Vado a letto, sono stanca, mi hai felicemente stancata, ma sono pur sempre le 4 del mattino…
Ho risposto con un semplice “bacio” e sono rimasto a riflettere. Poi un lampo: le 4? Ma sono le 5... E ho capito tutto.
Per uno strano destino, è entrato nel bar un uomo con una macchina digitale alle 16 in punto, o forse era già là. Io sono arrivato in ritardo netto e lei, non conoscendo la mia fisionomia, ha sbagliato persona. Questo spiega l’imbarazzo iniziale di cui ha parlato.
Assurdo, ma logico. Tutto fila.
Ora dovrei godere di una felicità non mia, mai provata. Godere di una felicità che è appartenuta a un altro! Dovrei pensare di essere stato all’altezza senza esserlo stato. Dovrei vivere, nelle mie conversazioni con Mina, con la memoria di un piacere condiviso senza averne il ricordo reale. Come posso fingere un’emozione simile? Come posso fingere?
Mi dispiace non averti mai detto niente di lei e buttarti addosso tutta la storia ora che sono sul baratro. Ma solo con te potevo parlarne.
George
 
 
 
from    George Mendez gg.mendez@gmail.com
to         Walter Raimondi waltermondi@yahoo.com
date     02 April 2008 21:18
subject Mina
 
walter, questa cosa devo proprio raccontartela.
in 15 anni in italia ne ho conosciute di donne italiane, ma non ne ho mai incontrata una come MINA! non ho mai vissuto un’avventura come quella di sabato. ancora fatico a spiegarmi come sia potuto succedere.
ero seduto al caffè greco durante una pausa quando una donna stupenda mi si avvicina e mi chiama per nome. mi fa: puntuale, george. bene. aspetta qui prima di passare al mio tavolo.
si siede di fronte a me e ordina da bere.
poi inizia a provocarmi. allarga le gambe e, se te lo dico non ci credi! non aveva niente sotto la gonna! ovviamente non avevo idea di cosa stesse succedendo, ma sono stato al gioco. credevo che fosse uno scherzo, altrimenti come faceva a sapere come mi chiamo?
poi mi ha invitato al suo tavolo. volevo capire, quindi ho fatto finta di non essere affatto stupito, ho fatto come se me l’aspettassi. ma più andavamo avanti, più mi risultava difficile. ma era intrigante in un modo che non so nemmeno spiegare.
siamo finiti a casa sua. che donna. mi ha guardato negli occhi e mi ha spogliato. era come se stesse aspettando quel momento da mesi. io invece ero del tutto intontito.
abbiamo scopato sul pavimento senza dire una parola. solo alla fine siamo andati sul letto per riposarci. e ogni tanto lei ripeteva delle cose, tipo: dopo tutto questo tempo... incredibile... solo con te poteva succedere...
mi guardava e mi accarezzava... mi diceva anche grazie...
non l’ho più vista. e forse è meglio. esperienze così al limite entrano direttamente nella sfera dei ricordi più preziosi se restano uniche.
ho notato una fede sul comodino. a un certo punto l’ha presa e l’ha buttata via. non ne sono sicurissimo, ma credo che le sia uscita una lacrima in quel momento. che donna misteriosa. qualunque cosa abbia passato, mi ha regalato un momento magico.
sono 4 giorni che cerco 5 minuti per raccontarti questa cosa incredibile. sto lavorando troppo. spero di riuscire a fare un salto a casa tra un paio di settimane.
tu? come va con antonello?
un abbraccio!
g.
 
 
 
Roma, 3 aprile 2008
Ho finalmente incontrato George! Ma non so ancora se essere felice per quello che è successo. L’incontro è andato oltre le mie (anzi le nostre) aspettative. Lui è stato meraviglioso, ha superato la timidezza iniziale, che suppongo sia normale in casi come questo, calandosi perfettamente nei panni del mio George. Tutto è andato troppo bene, per questo ho paura. Alla fine ho sempre recitato una parte. Lui mi vede come una donna trasgressiva, con la testa ben piantata sulle spalle. Una cacciatrice di uomini perversa e raffinata. In fondo ognuno nella vita interpreta un ruolo, quindi è normale che succeda anche in una banalissima chat. Anzi, lì a maggior ragione! Che male c’è? E poi anche George lo ha fatto: anche lui è venuto al caffè recitando una parte e in questi mesi ha rivestito il ruolo del duro e puro, di quello che può fare a meno di una grande scopata, che tutti invece vorrebbero. In realtà stava solo nascondendo il desiderio...
Se sapesse la verità... che ho inventato tutto... le mie mille avventure erotiche, i miei infiniti amplessi...
Non ho mai creduto di poter trovare qualcuno che mi tenesse testa in certi discorsi. E poi è arrivato lui, o il suo “personaggio”. Dopo un po’ ho pensato di essermi innamorata. George è la mia persona speciale, forse è davvero l’unico che può farmi superare i miei blocchi...
Gli ho mentito?
No, non gli ho mentito. Raccontandogli le mie fantasie, anche se le ho spacciate per esperienze vissute, ho messo a nudo la mia anima, anche oltre la mia stessa volontà. Ma forse inconsciamente lo desideravo. Grazie a questo gioco mi sono aperta a un uomo come non riuscivo a fare da anni. Ho trovato una persona con cui condividere parole, pensieri e sesso allo stesso modo. Perché la nostra intesa intellettuale è la piattaforma comune da cui partono le idee erotiche più spinte. In fondo siamo due persone sole con interessi simili e un modo di pensare compatibile. Ci siamo trovati per caso attraverso internet e ci siamo piaciuti, ma non lo abbiamo detto subito esplicitamente.
Le umiliazioni e le botte di Gunther mi hanno lacerato ben più della pelle. La mia anima ha sanguinato per anni. Poi mi sono creata una corazza e George, solo lui, ha saputo scioglierla, liberandomi. Una liberazione inaspettata che mi ha rivelato aspetti del mio io che ignoravo. Perché è vero che la finzione, il mio personaggio, mi serve a sfogare la rabbia contro il sesso maschile... Ma è vero anche che una certa voluttà la covo a prescindere. Davvero amo dare e prendere piacere a comando. Con George ho potuto non solo vivere questo sogno scrivendo in chat, ma realizzarlo.
Mi piace, mi piace troppo. Dopo tutto questo tempo in cui ho fatto volentieri a meno del sesso “reale”, George me lo ha fatto riscoprire. La mia libertà, il piacere e il desiderio li voglio realizzare con lui. Solo lui può darmi quelle sensazioni. Tutto quello che ci siamo detti in chat io non lo avevo mai provato davvero prima di incontrarlo. Ma adesso cosa devo fare? Devo dirgli la verità? Ho paura che lo perderei per sempre. Eppure se continuassi a fingere morirei... non potrei più farlo mio, rimarrebbe il mio amico confidente. Forse un poco amante, ma poco. Che tristezza...
 
 
 
from    George Stella george.stella@gmail.com
to         Alessandro Fanti alefan@libero.it
date     20 July 2008 15:53
subject Mina, ancora
 
Ale, come stai?
Solo due parole, veloci, perché non ho che un attimo. E poi, cos’altro c’è da dire?
Quello che temevo è successo: dopo mesi passati a parlare come amici, Mina non ha più resistito. Per me dovrebbe essere una vittoria. Ho sconfitto la mantide, ho piegato il suo desiderio, l’ho domato.
Vuole rivedermi. Solito posto, solita ora.
Come mi presenterò? Non ho ancora deciso ma, comunque vada, sono certo di averla perduta per sempre.
George
 
 
 
Roma, 20 luglio 2008
Ho deciso. Non resisto più, voglio rivedere George. Tutti questi mesi di racconti, di storie, di bugie... Basta. Con lui tutto diventerebbe realtà. Non faccio altro che fantasticare su incontri con lui. George è i miei mille amanti.
Ci vediamo mercoledì al caffè Greco, di nuovo alle quattro. Non resisto. Vorrei vederti ora, amore... voglio scoparti subito!
"



 
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Re: P3d3Z4k4zR4p0w4n14 (Voto: 1)
di Her2Blut4uf64n6 il Mercoledì, 18 novembre @ 05:14:52 CET
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